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«Perché non ne sapevamo niente?» esclamò Eragon.

«Perché» rispose Merlock in tono cupo «è cominciato tutto appena qualche mese fa. Interi villaggi sono stati costretti a migrare perché gli Urgali hanno devastato i loro campi e la carestia incombe.» «Sdocchezze» grugnì Garrow. «Non abbiamo visto nessun Urgali; runico da queste parti ha le corna appese nella taverna di Morn.»

Merlock scosse la testa. «Può darsi, ma questo è un piccolo villaggio nascosto fra le montagne. Non mi sorprende che siate scampati al pericolo. Tuttavia ritengo che la vostra tranquillità non durerà a lungo. Vi ho parlato di queste cose perché anche qui hanno cominciato ad accadere strani eventi, visto che il ragazzo ha trovato la pietra sulla Grande Dorsale.» Detto questo, li congedò con un inchino e un lieve sorriso.

Garrow prese la via del ritorno verso Carvahall. Eragon gli trottava alle spalle. «Cosa ne pensi?» chiese allo zio. «Mi servono altre informazioni prima di farmi un'idea precisa. Riporta la pietra sul carro e poi fa' quello che vuoi. Ci vediamo a cena da Horst.»

Eragon s'infilò tra la folla e corse dove avevano lasciato il carro. Gli affari avrebbero trattenuto lo zio per ore, e lui aveva tutte le intenzioni di trascorrerle a divertirsi. Nascose la pietra sotto i sacchi e tornò al mercato con passo baldanzoso.

Si fermò davanti alle bancarelle a studiare la mercanzia con l'aria di chi intende comprare, malgrado le scarse risorse. Parlò con i venditori, e tutti confermarono quello che aveva detto Merlock sul fragile equilibrio di Alagasëia. Il messaggio era sempre lo stesso: la tranquillità dello scorso anno ci ha abbandonati; nuovi pericoli si profilano all'orizzonte; nessuno è più al sicuro.

Comprò tre bastoncini di malto caramellato e una tortina alle ciliegie appena sfornata. Si lasciò pervadere con piacere dal calore del dolce, dopo le lunghe ore di freddo patito. Leccò via lo sciroppo appiccicoso dalle dita, dispiaciuto di non avere un'altra tortina, poi si sedette sui gradini di un portico a mordicchiare un bastoncino di caramello. Poco lontano c'erano due ragazzi di Carvahall che giocavano, ma non aveva voglia di unirsi a loro.

Con l'avvicinarsi del tramonto, i mercanti proseguirono i loro commerci dentro le case del villaggio. Eragon aspettava impaziente la sera, quando sarebbero arrivati i trovatori a narrare storie e a esibirsi in giochi di prestigio. Adorava i loro racconti che parlavano di magia, degli dei e, se erano particolarmente fortunati, dei Cavalieri dei Draghi. Carvahall aveva un proprio cantastorie. Brom, un amico di Eragon, ma i suoi racconti erano invecchiati col passare degli anni, mentre i trovatori avevano sempre qualcosa di nuovo da dire, qualcosa che lui ascoltava con passione. Eragon aveva appena spezzato un ghiacciolo che penzolava dal portico quando vide passare Sloan. Il macellaio non si accorse di lui, così Eragon chinò il capo e ne approfittò per sgusciare dietro un angolo e infilarsi nella taverna di Morn.

Il locale era caldo, impregnato del fumo grasso emanato dalle candele di sego. Le corna nere e lucenti dell'Urgali, larghe quanto le sue braccia distese, erano montate sull'architrave della porta. Il bancone era lungo e basso, con una rastrelliera di stecche di legno da un lato, dedicate ai clienti in vena d'intaglio. Morn serviva al banco, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. La parte bassa del suo viso era tronca e schiacciata, come se avesse appoggiato il mento su una mola. I tavoli di quercia erano gremiti di gente intenta ad ascoltare due mercanti che avevano concluso presto i loro affari ed erano entrati a bere una birra.

Morn alzò lo sguardo da un boccale che stava pulendo.

«Eragon! Che piacere vederti. Dov'è tuo zio?»

«In giro a far compere» rispose Eragon con una scrollata di spalle. «Ci metterà parecchio.» «E Roran, c'è anche lui?» domandò Morn, passando a pulire un altro boccale.

«Sì, niente animali malati a tenerlo a casa quest'anno.»

«Bene, bene.»

Eragon indicò i due mercanti. «Chi sono?»

«Commercianti di granaglie. Hanno comprato a prezzi così bassi da essere ridicoli, e adesso stanno raccontando un mucchio di storie, e si aspettano che noi ci crediamo.»

Eragon capì perché Morn era turbato. La gente ha bisogno di denaro. Non possiamo farne a meno. «Che tipo di storie?»

Morn sbuffò. «Dicono che i Varden hanno stretto un patto con gli Urgali e stanno ammassando un esercito per attaccarci. A quanto pare, è solo grazie al nostro augusto sovrano che siamo rimasti incolumi per così lungo tempo... come se a Galbatorix importasse un accidente se le nostre terre vengono devastate… A ogni modo, valli a sentire. Io ho di meglio da fare che starti qui a spiegare le loro panzane.»

Il primo mercante entrava a stento nella sedia; a ogni movimento, il legno gemeva sotto il peso. Il suo volto era imberbe, le mani tozze e grassocce erano lisce come quelle di un bambino, e per bere dal boccale arricciava le labbra carnose come una comare petulante. Il secondo aveva una faccia rubiconda, con una pappagorgia flaccida piena di noduli di grasso, come grumi di burro rancido. In confronto al viso e al collo, il resto del corpo era di una magrezza innaturale.

Il primo mercante disse: «No, no, non capite. È solo grazie all'opera costante del re che voi potete stare qui a discutere con noi in tutta sicurezza. Se mai dovesse, nella sua imperscrutabile saggezza, ritirare il suo sostegno, poveri voi!»

Qualcuno intervenne. «Certo, come no? E adesso perché non ci raccontate anche che sono tornati i Cavalieri e che avete ucciso un centinaio di elfi? Credete forse che siamo dei bambini, per credere alle vostre storie? Sappiamo cavarcela da soli.» Gli altri avventori ridacchiarono.

Il mercante fece per ribattere, ma il suo smilzo compagno lo interruppe con un gesto della mano. Sulle sue dita scintillavano anelli preziosi. «Ci avete fraintesi. Sappiamo bene che l'Impero non può prendersi cura di ciascuno di noi personalmente, come vorreste, ma almeno impedisce agli Urgali e agli altri mostri di invadere questo...» cercò rapidamente il termine esatto «... posto.» Il mercante proseguì. «Siete arrabbiati con l'Impero perché tratta il popolo ingiustamente: è un risentimento legittimo, ma un governo non può soddisfare tutti. Conflitti e malanimo sono inevitabili. Tuttavia la maggior parte di noi non ha nulla di cui lamentarsi. Ogni paese ha le sue piccole sacche di resistenza che si ribellano al potere.»

«Già» disse una donna. «se vogliamo definire piccoli i Varden.»

Il grassone sospirò. «Vi abbiamo già spiegato che i Varden non hanno alcun interesse ad aiutarvi. È soltanto una falsa speranza, alimentata dai traditori nel tentativo di minare l'Impero e convincerci che la vera minaccia si trova all'interno, e non all'esterno dei nostri confini. Il loro scopo è solo quello di detronizzare il re e impossessarsi delle nostre terre. Hanno spie dappertutto e si preparano a invaderci. Non si può mai sapere chi è al loro servizio.»

Eragon.non era d'accordo, ma le parole del mercante erano insinuanti, e qualcuno annuì. Si fece avanti e disse: «Come fate a sapere queste, cose? Io potrei dire che le nuvole sono verdi, ma questo non vuoi dire che sia vero. Dateci una prova che non state mentendo.» I due uomini lo guardarono minacciosi, mentre gli abitanti del villaggio aspettavano una risposta, in silenzio.

Il mercante magro parlò per primo, evitando lo sguardo di Eragon. «Non insegnate forse il rispetto ai vostri figli? O lasciate che i ragazzi s'intromettano nelle questioni dei grandi quando vogliono?» I presenti esitarono, scrutando Eragon. Poi un uomo disse: «Rispondete alla domanda.» «Si tratta solo di buonsenso» disse il grassone, il labbro superiore imperlato di sudore. La sua risposta irritò la platea, e la discussione riprese.

Eragon tornò al bancone con l'amaro in bocca. Non aveva mai conosciuto nessuno che amasse l'Impero e disprezzasse i suoi nemici. Carvahall covava un odio profondo per l'Impero, un odio che si tramandava di generazione in generazione. L'Impero non aveva alzato un dito per aiutarli durante i terribili anni di carestia, e i suoi esattori delle tasse erano spietati. Si sentiva giustificato a dissentire dai mercanti sulla magnanimità del re, ma non sapeva che cosa pensare dei Varden. I Varden erano un gruppo di ribelli che attaccavano e razziavano l'Impero di continuo, Era un mistero chi li guidasse o chi li avesse riuniti negli anni seguiti all'ascesa al trono di Galbatorix, più di un secolo prima. Il gruppo si era conquistato sempre più simpatie via via che eludeva gli sforzi di Galbatorix per distruggerlo. Poco si sapeva dei Varden: ma se eri un fuggiasco e dovevi nasconderti, o se odiavi l'Impero, ti avrebbero accolto a braccia aperte. L'unico problema era trovarli, .

Morn si sporse sul bancone e disse: «Incredibile, vero? Sono peggio degli avvoltoi che volano intorno a un animale moribondo. Se restano ancora un po', prevedo guai.»

«Per noi o per loro?»

«Per loro» disse Morn, mentre voci concitate si levavano dai tavoli, Eragon se ne andò quando la discussione minacciava di degenerare. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo, smorzando le grida. Il sole si stava tuffando dietro l'orizzonte; le case stampavano lunghe ombre sul terreno. Mentre camminava per la via principale, Eragon scorse Roran e Katrina in un vicolo. Roran disse qualcosa che Eragon non riuscì a sentire, Katrina abbassò lo sguardo e rispose in un sussurro, poi si alzò in punta di piedi e lo baciò, prima di allontanarsi in tutta fretta, Eragon si avvicinò a Roran e lo canzonò: «Hai passato un bel pomeriggio?» Roran borbottò vago e s'incamminò.

«Hai sentito cosa dicono gli erranti?» gli domandò Eragon, seguendolo. La maggior parte degli abitanti del villaggio era in casa, a trattare con i mercanti o ad aspettare la sera per l'esibizione dei trovatori.

«Sì.» Roran pareva distratto. «Cosa ne pensi di Sloan?»

«Credevo che fosse evidente.»

«Si scatenerà un pandemonio quando saprà di me e Katrina» disse Roran. Un fiocco di neve atterrò sul naso di Eragon, che alzò lo sguardo. Il cielo era diventato grigio. Non gli venne in. mente niente da dire. Roran aveva ragione. Gli posò una mano sulla spalla e continuò a camminare con lui lungo la stradina.

La cena a casa di Horst fu molto piacevole. Tutti conversarono e risero amabilmente; liquori dolci e birra forte, bevuti in dosi massicce, contribuirono a riscaldare l'atmosfera. Svuotati i piatti, gli ospiti di Horst uscirono, diretti all'accampamento degli erranti. Un anello di pali conficcati nel terreno, sormontati da candele, delimitava un ampio cerchio. I falò ardevano tutt'intorno, creando ombre danzanti. Gli abitanti del villaggio si radunarono nello spiazzo e attesero al freddo. I trovatori uscirono schiamazzando dalle loro tende, nei loro vestiti ricchi di nappe, seguiti da menestrelli più anziani, vestiti in modo più sobrio. I menestrelli suonarono e raccontarono le storie, mentre i giovani recitavano nei ruoli diversi. Le prime rappresentazioni furono puro spettacolo: licenziose, umoristiche, una serie di scenette ridicole e personaggi grotteschi. Ma quando le candele cominciarono a sfrigolare e tutti si strinsero in un cerchio più piccolo, si fece avanti Brom, il vecchio cantastorie. Una folta barba bianca gli copriva il torace, e sulle spalle curve portava un mantello che gli nascondeva il corpo. Allargò le braccia, le mani tese come artigli, e così recitò:

«Le sabbie del tempo non si fermano. Gli anni passano, volenti o nolenti... ma noi possiamo ricordare. Quel che è perduto rivive nelle nostre memorie. Ciò che ascolterete sarà imperfetto e lacunoso, ma serbatelo come un tesoro, poiché senza di voi non esisterebbe. Vi narrerò una storia a lungo dimenticata, celata nella nebbia incantata dei tempi.»

I suoi occhi penetranti scrutarono i volti attenti; per qualche istante si soffermarono su Eragon. «Prima della nascita dei padri dei vostri nonni, e sì, prima ancora dei loro padri, sorsero i Cavalieri dei Draghi. Per migliaia di anni svolsero con successo la nobile missione di proteggere e difendere il popolo. La loro abilità in battaglia era ineguagliabile, poiché ciascuno possedeva la forza di dieci uomini. Erano immortali, pur essendo vulnerabili alla spada o al veleno. Usavano i loro poteri solo a fin di bene, e sotto la loro tutela vennero costruite grandi ', città e innalzate torri di roccia viva. Grazie alla pace che essi mantenevano, la terra prosperava. Fu un'epoca d'oro. Gli elfi erano nostri alleati, i nani nostri amici. Le città traboccavano di opulenza, e gli uomini godevano di grande prosperità. Ma piangete, amici... poiché tutto questo era destinato a non durare.»

Brom abbassò lo sguardo e la sua voce s'incrinò, velata da una grande tristezza.

«Sebbene nessun nemico potesse distruggerli, non seppero guardarsi da se stessi. E venne il giorno in cui, al culmine della loro potenza, nacque un maschio di nome Galbatorix nella provincia di Inzilbèth, che non esiste più.. All'età di dieci anni venne messo alla prova, com'era usanza, e si scoprì che possedeva un grande potere. I Cavalieri lo accolsero come uno di loro. «Lo istruirono e lo addestrarono, e il giovane si dimostrò superiore a tutti gli altri allievi. Di mente acuta e fisico gagliardo, in breve tempo conquistò il suo posto fra i ranghi dei Cavalieri. Qualcuno considerò pericolosa quella sua rapida ascesa e ammonì gli altri, ma i Cavalieri ignorarono la cautela, poiché il potere li aveva resi arroganti. Ahimè, quel giorno fu concepita la sventura. «Poco dopo aver completato l'addestramento. Galbatorix intraprese un viaggio insieme a due amici. Volarono a nord, notte e giorno, ed entrarono nel territorio degli Urgali, pensando, stolti, che i loro nuovi poteri li avrebbero protetti. Su una spessa coltre di ghiaccio, che nemmeno il sole d'estate aveva sciolto, furono colti nel sonno da un'imboscata. I suoi amici e i loro draghi vennero massacrati, e anche Galbatorix subì gravi ferite, ma riuscì lo stesso a uccidere i suoi aggressori. Purtroppo, durante la battaglia, una freccia vagante colpì il cuore del suo drago. Egli non conosceva le arti per salvarla, e la povera creatura spirò fra le sue braccia, Ecco come venne piantato il seme della follia.»

Il cantastorie si strinse le mani e si guardò intorno lentamente, il volto illuminato appena dalle tremule luci dei falò. Il racconto proseguì come la triste recita di un requiem.

«Solo, fiaccato nel corpo e nello spirito, impazzito di dolore. Galbatorix vagò disperato in quella landa desolata, invocando la morte. Ma la morte non rispose, malgrado egli si avventasse impavido contro ogni forma vivente. Gli Urgali e gli altri mostri impararono presto a fuggire quell'essere tormentato. Nel frattempo Galbatorix cominciò a credere che i Cavalieri gli avrebbero assegnato un altro drago. Spinto da questo pensiero, intraprese l'ardua via del ritorno, a piedi, attraverso la Grande Dorsale. Gli ci vollero mesi per valicare il territorio che aveva sorvolato senza affanni sul dorso di un drago. Poteva ancora fare ricorso alla magia per cacciare, ma spesso camminava in luoghi dove gli animali non passavano. Quando infine giunse ai piedi delle montagne, era prossimo alla morte. Un contadino lo trovò svenuto nel fango e convocò i Cavalieri.

«Lo portarono privo di sensi nelle loro terre, e il suo corpo fu sanato. Dormì quattro giorni. Al risveglio, nulla faceva supporre che fosse impazzito. Quando venne condotto davanti al consiglio riunitosi per giudicarlo. Galbatorix chiese un altro drago. La disperazione della sua richiesta rivelò la sua follia, e il consiglio lo riconobbe per quello che era. Di fronte a tale diniego. Galbatorix, attraverso la lente distorta della sua mente malata, cominciò a credere che fosse colpa dei Cavalieri se il suo drago era morto. Da quel momento, lunghe notti passò a escogitare il piano per la vendetta.»

La voce di Brom divenne un sussurro ipnotico.

«Trovò un Cavaliere solidale, e le sue parole insidiose misero radici. Con ragionamenti persuasivi e l'uso di oscuri segreti appresi da uno Spettro, istigò il Cavaliere contro gli anziani. Insieme ne attirarono uno con l'inganno in un'imboscata e lo assassinarono. Quando l'empio gesto fu compiuto. Galbatorix si rivolse contro il suo complice e lo uccise. I Cavalieri lo trovarono con le mani ancora grondanti di sangue. Dalle sue labbra si levò un grido straziante, e fuggì nella notte. Poiché la follia lo aveva reso ancora più scaltro, i Cavalieri non riuscirono a scovarlo. «Per anni si nascose fra le terre desolate come un animale braccato, vigilando di continuo. Il suo atroce gesto non fu dimenticato, ma col tempo i Cavalieri abbandonarono le ricerche. Per un infausto capriccio della sorte, egli incontrò un giovane Cavaliere, Morzan, forte di muscoli ma debole di cervello. Galbatorix convinse Morzan a lasciare aperto uno dei cancelli di Ilirea, che ora si chiama Urù'baen. Nottetempo. Galbatorix s'introdusse furtivamente nella cittadella e rubò un cucciolo di drago. «Insieme al suo nuovo discepolo. Galbatorix si nascose in un luogo maledetto, dove i Cavalieri non osavano avventurarsi, Morzan divenne apprendista di oscuri segreti e incantesimi proibiti, che non avrebbero mai dovuto essere rivelati. Quando la sua formazione fu completa e il drago nero di Galbatorix, Shruikan, raggiunse la piena maturità. Galbatorix si rivelò al mondo, con Morzan al suo fianco. Insieme combatterono ogni Cavaliere che incontrarono sul cammino. Ogni assassinio accresceva la loro forza. Dodici Cavalieri si unirono a Galbatorix per desiderio di potere e di vendetta contro presunti torti subiti. I dodici, con Morzan, divennero i Tredici Rinnegati. I Cavalieri furono colti di sorpresa e perirono sotto i loro attacchi. Anche gli elfi combatterono aspramente contro Galbatorix, ma vennero sopraffatti e costretti a fuggire nei loro luoghi segreti, da cui non sono più tornati.

«Soltanto Vrael, capo dei Cavalieri, riuscì a resistere a Galbatorix e ai Rinnegati. Vecchio e saggio, lottò per impedire che gli ultimi draghi cadessero nelle mani nemiche. Durante l'ultima battaglia, davanti alle porte di Dorù Areaba. Vrael sconfisse Galbatorix, ma al momento del colpo di grazia esitò. Galbatorix approfittò della circostanza e lo trafisse al fianco. Ferito e sofferente. Vrael si rifugiò sul Monte Utgard, dove sperava di recuperare le forze. Purtroppo Galbatorix lo trovò. Questa volta, durante il duello. Galbatorix gli sferrò un calcio all'inguine, e grazie a quel colpo sleale riuscì a fargli perdere l'equilibrio e gli recise la testa di netto.

«Mentre il potere gli ribolliva nelle vene. Galbatorix si autoproclamò re di tutta l'Alagasëia. «E da quel giorno ci governa.»

Concluso il racconto. Brom si ritirò con gli altri trovatori. Eragon credette di vedere una lacrima brillare sulla guancia del vecchio. La folla si divise per tornare al villaggio, mormorando. Garrow disse a Eragon e Roran: «Consideratevi fortunati. Io non ho ascoltato questa storia che un paio di volte in vita mia. Se l'Impero sapesse che Brom l'ha recitata, non vivrebbe tanto da vedere la prossima luna.»

UN DONO DEL FATO

L

a sera dopo il ritorno da Carvahall, Eragon decise di sottoporre la pietra a qualche esperimento, come i aveva fatto Merlock. Solo, nella sua stanza, la posò sul letto insieme a tre arnesi. Cominciò con un piccolo mazzuolo di legno e la picchiò delicatamente. La pietra

emise un lieve suono argentino. Soddisfatto, la colpì con il secondo attrezzo, un pesante martello, e ne uscì un mesto rintocco. Infine usò uno scalpello, che non riuscì a scalfire né a graffiare la pietra, ma produsse un suono limpidissimo. Mentre la nota svaniva, gli parve di udire un debole squittio. Merlock ha detto che la pietra era cava; potrebbe contenere qualcosa di prezioso. Però non so come aprirla. Chiunque l'abbia lavorata deve aver avuto una buona ragione per farlo, ma chi l'ha mandata sulla Grande Dorsale non si è dato la pena di recuperarla, oppure non sa dove si trova. Ma non credo che un mago con tanto potere da spostare in quel modo la pietra non sia poi capace di ritrovarla. Allora ero destinato ad averla? Non sapeva darsi una risposta. Rassegnato davanti a quel mistero, ripose gli arnesi e mise di nuovo la pietra sulla mensola.

Quella notte Eragon si svegliò di soprassalto. Drizzò le orecchie. Silenzio. In preda all'inquietudine, infilò la mano sotto il materasso e afferrò il coltello. Aspettò qualche minuto, poi sprofondò di nuovo nel sonno.

Uno squittio acuto lacerò il silenzio. Un attimo dopo era già in piedi, con il coltello sguainato. Cercò a tentoni la scatola con l'acciarino e accese una candela. La porta della stanza era chiusa. Lo squittio era troppo forte per appartenere a un topo o a un ratto, ma controllò lo stesso sotto il letto. Niente. Si sedette sul bordo del materasso e si strofinò gli occhi. Un altro squittio lo fece sobbalzare.



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