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Aprì la porta. L'ambiente spazioso era riscaldato e illuminato da un fuoco che scoppiettava nel caminetto di pietra. Lungo la parete in fondo correva un bancone disadorno; sul pavimento era sparsa della paglia; Tutto era scrupolosamente pulito, come se il proprietario amasse trascorrere il suo tempo liberò alla ricerca del più minuscolo granello di polvere. Dietro al bancone c'era il macellaio Sloan, un ometto che indossava una camicia di cotone e un grembiule macchiato di sangue. Dalla cintura gli pendeva un'impressionante serie di coltelli. Sul volto giallastro e butterato spiccavano occhietti neri e sospettosi. Stava pulendo il banco con uno straccio.

Sloan fece una smorfia non appena vide entrare Eragon. «Bene bene, il divìn cacciatore è tornato fra noi poveri mortali. Quante prede hai ucciso questa volta?»

«Nessuna» tagliò corto Eragon. Non gli era mai piaciuto Sloan. Il macellaio lo trattava sempre come se fosse un essere spregevole, Sloan era vedovo, e l'unica persona che gli stava a cuore era sua figlia Katrina.

«Sono sorpreso» disse Sloan, ostentando falso stupore. Gli volse la schiena per raschiare qualcosa dal muro. «Ed è questa la ragione per cui sei venuto?»

«Sì» ammise Eragon con aria mesta.

«In tal caso, vediamo prima i soldi.» Sloan tamburellò con le dita sul banco, in attesa, ma Eragon rimase in silenzio, spostando il peso del corpo da un piede all'altro. «Avanti.., li hai o no?» «Non ho soldi, ma...»

«Cosa? Niente soldi?» lo interruppe il macellaio. «E vorresti comprare della carne! Pensi forse che gli altri negozianti regalino così la loro merce? Dovrei darti la carne senza farti pagare? E poi è tardi» disse in tono brusco. «Torna domani con ì soldi. Per oggi ho chiuso.»

Eragon lo guardò con ostilità. «Non posso aspettare fino a domani, Slòan. Però ti assicuro che quello che ho trovato ti ricompenserà ampiamente.» Estrasse la pietra dallo zaino con un gesto teatrale e la depose con delicatezza sul bancone scalfito, dove sfavillò di luce riflessa dalle fiamme tremolanti.

«Rubato, piuttosto» borbottò Sloan, esaminando l'oggetto con interesse.

Eragon ignorò il commento e disse: «Basta?»

Sloan prese la pietra e la soppesò con aria pensosa; fece scorrere le dita sulla sua superficie levigata e ne scrutò le venature candide. Con uno sguardo perplesso, la rimise sul banco. «Bella, ma quanto vale?»

«Non lo so» ammise Eragon. «ma nessuno si sarebbe preso la briga di lavorarla così bene se non valesse niente, ti pare?»

«Mi pare» ribatte Sloan spazientito. «Ma quanto vale? Visto che non lo sai, ti suggerisco di trovare un mercante che lo sappia, oppure di accettare la mia offerta di tre corone.»

«Che miseria! Deve valere almeno dieci volte tanto» protestò Eragon. Tre corone sarebbero bastate a comprare carne per appena una settimana.

Sloan scrollò le spalle. «Se non ti piace la mia offerta, aspetta l'arrivo degli erranti. E comunque ne ho abbastanza di questa conversazione.»

Gli erranti erano un gruppo nomade di mercanti e saltimbanchi che passavano da Carvahall ogni primavera e inverno. Compravano le eccedenze di quanto gli artigiani e i contadini locali fabbricavano e coltivavano, e vendevano loro il necessario per sopravvivere un altro anno: sementi, animali, stoffe, scorte di sale e zucchero.

Ma Eragon non poteva aspettare il loro arrivo: ci sarebbe voluto ancora troppo tempo, e la sua famiglia aveva bisogno della carne subito. «D'accordo, accetto» sibilò.

«Bene, ti vado a prendere la carne. Non che abbia importanza, ma dove l'hai trovata?» «Due notti fa, sulla Grande Dorsa...»

«Fuori!» esclamò Sloan, e respinse la pietra. Arretrò fino all'estremità opposta del bancone e si diede a ripulire certe vecchie macchie di sangue da un coltello.

«Perché?» chiese Eragon, attirando a sé la pietra, come per proteggerla dall'ira di Sloan. «Non voglio aver niente a che fare con quelle dannate montagne! Porta quella tua pietra stregata da qualche altra parte.» La mano di Sloan scivolò all'improvviso, e il macellaio si tagliò un dito, ma non parve farci caso. Continuò a strofinare la lama, macchiandola di sangue fresco. «Ti rifiuti di vendermi la carne?»

«Già! A meno che non me la paghi con moneta sonante» grugnì Sloan, puntando il coltello verso Eragon, senza smettere di indietreggiare. «Vattene, prima di finire sventrato!»

In quel momento la porta si spalancò di colpo. Eragon si volse di scatto, temendo nuovi guai in arrivo. Nella bottega si fece avanti Horst, un uomo alto e massiccio, seguito a ruota da Katrina, una sedicenne alta, dall'espressione volitiva. Eragon fu sorpreso nel vederla; di solito si teneva alla larga dal padre quando tirava una brutta aria. Sloan li guardò circospetto, poi prese ad accusare Eragon. «Non vuole...» .

«Taci» tuonò Horst, facendo schioccare le nocche. Era il fabbro di Carvahall, come testimoniavano il suo collo taurino e il grembiule di cuoio graffiato; dalla camicia gli spuntava un folto ciuffo di peli. La lunga barba nera tremò quando serrò la mascella. «Sloan, cos'hai combinato stavolta?» «Niente.» Il macellaio scoccò a Eragon uno sguardo omicida, poi sputò. «Questo... moccioso è entrato e ha cominciato a infastidirmi. Gli ho detto di andarsene, ma non si è mosso. L'ho minacciato, ma lui mi ha ignorato!» Sloan parve rimpicciolire sotto lo sguardo severo di Horst. «È vero?» domandò il fabbro.

«No!» rispose Eragon. «Gli ho offerto questa pietra in cambio di un po' di carne, e lui ha accettato. Ma quando gli ho detto che l'ho trovata sulla Grande Dorsale, si è rifiutato addirittura di toccarla. Che cosa importa, da dove Viene?»

Horst guardò la pietra incuriosito, poi rivolse di nuovo l'attenzione al macellaio. «Perché non vuoi vendergli la carne, Sloan? Anche a me non piace la Grande Dorsale, ma se si tratta del valore della pietra, sono pronto a garantirlo con i miei soldi.»

La domanda rimase sospesa per un istante. Poi Sloan si passò la lingua sulle labbra e disse: «Questa è la mia bottega, e faccio quello che mi pare.» .

Katrina fece un passo avanti e gettò indietro i capelli castano dorati, simili a una colata di rame fuso. «Padre, Eragon vuole pagare. Dagli la carne, così finalmente possiamo andare a cena.» Gli occhi di Sloan si ridussero a due fessure. «Torna a casa. Questi non sono affari tuoi... ho detto vaii» Il volto di Katrina si trasformò in una maschera di granito; la ragazza si voltò e uscì impettita dal negozio.

Eragon era sdegnato dal fare di Sloan, ma non osò intervenire. Horst si lisciò la barba pensieroso e disse in tono aspro: «D'accordo, Sloan, allora te la vedrai con me. Che cosa volevi comprare, Eragon?» La sua voce tonante riempì il locale.

«Tutto quello che potevo.»

Horst estrasse di tasca un sacchetto di pelle e contò una pila di monete. «Dammi i tuoi migliori arrosti e le tue bistecche più succulente, E fai in modo di riempire bene lo zaino di Eragon.» Il macellaio esitò, lo sguardo che guizzava fra Horst ed Eragon. «Sappi che sarebbe una pessima idea rifiutarti di vendere la tua carne a me» lo ammonì Horst.

Stillando veleno da ogni poro, Sloan s'infilò nel retrobottega. Per alcuni lunghi, imbarazzanti minuti, si udirono tonfi, schiocchi, imprecazioni. Infine Sloan tornò con un grosso involto. Accettò il denaro di Horst con volto inespressivo, poi riprese a pulire il coltello in silenzio, come se i due non ci fossero.

Horst prese l'involto di carne e uscì. Eragon si affrettò a seguirlo, dopo aver raccolto lo zaino e la pietra. Accolsero l'aria fredda e pungente della notte con piacere, dopo l'atmosfera opprimente della bottega.

«Ti ringrazio. Horst. Lo zio Garrow ne sarà felice.»

Horst ridacchiò sotto i baffi. «Non devi ringraziarmi. Volevo farlo da tempo. Sloan è un arrogante che gode nel provocare la gente; gli ci voleva tuia bella umiliazione. Katrina ha sentito che cosa stava succedendo ed è venuta a chiamarmi. A quanto pare sono arrivato appena in tempo... voi due sembravate lì lì per venire alle mani. Purtroppo, temo che da ora in poi non vorrà più avere a che fare con te o con qualcuno della tua famiglia, anche se vi presenterete con i soldi.» «Ma perché è sbottato così? Non siamo mai stati in rapporti amichevoli, ma ha sempre accettato il nostro denaro. E non l'ho mai visto trattare Katrina in quel modo» disse Eragon, aprendo lo zaino. Horst si strinse nelle spalle. «Chiedi a tuo zio. Lui ne sa molto più di me su questa faccenda.» Eragon mise la carne nello zaino. «Be', allora ho una ragione in più per correre a casa: devo risolvere il mistero. Tieni, questa ti spetta di diritto.» E porse la pietra a Horst.

Horst sorrise. «No, tienila tu, questa strana pietra. E per ripagarmi... Albriech ha deciso di partire per Feinster in primavera. Vuole diventare mastro ferraio, e io avrò bisogno di un assistente. Potrai venire a lavorare da me per saldare il debito nei tuoi giorni liberi.»

Entusiasta, Eragon accennò un inchino. Horst aveva due figli. Albriech e Baldor, e lavoravano entrambi nella sua fucina. Prendere il posto di uno dei due era una generosa offerta. «Allora grazie di nuovo! Non vedo l'ora di lavorare per te.» Era contento di avere la possibilità di rimborsare Horst. Suo zio non avrebbe mai accettato l'elemosina. A quel punto Eragon si ricordò di quello che suo cugino gli aveva detto prima che partisse per la caccia. «Roran voleva che riferissi un suo messaggio a Katrina, ma siccome non posso, lo farai tu per me?»

«Contaci.»

«Vuole farle sapere che verrà in città non appena arriveranno gli erranti, e così potranno vedersi.» «Tutto qui?»

Eragon si sentiva alquanto imbarazzato. «No, vuole anche farle sapere che è la ragazza più bella che lui abbia mai visto e che pensa solo a lei.»

Horst fece un ampio sorriso e strizzò rocchio a Eragon. «Una cosa seria, non ti pare?» «Sissignore» rispose Eragon con un sorriso fugace. «Puoi dirle anche grazie da parte mia? È stata gentile, a prendere le mie difese davanti al padre. Spero che non venga punita per questo. Roran andrebbe su tutte le furie, se lei dovesse passare un guaio per colpa mia.»

«Non preoccuparti, Sloan non sa che è stata la figlia a chiamarmi, perciò non sarà duro con lei. Prima di andare, vuoi restare a cena da noi?»

«Mi dispiace, ma non posso. Garrow mi aspetta» disse Eragon, e richiuse di nuovo lo zaino. Se lo gettò in spalla e si avviò per la strada, alzando una mano per salutare il fabbro.

Il peso della carne lo rallentava, ma il desiderio di tornare a casa infuse nuovo vigore nel suo passo. Il villaggio terminava bruscamente, e il ragazzo si lasciò le calde luci alle spalle. La luna di perla si affacciò dai monti, inondando la valle di una pallida versione della luce del giorno. Tutto appariva piatto ed esangue.

A un certo punto Eragon abbandonò la strada maestra, che proseguiva verso sud, per imboccare un sentiero che si snodava lungo un prato d'erba che gli arrivava alla cintura e s'inerpicava su di un colle in parte celato dalle ombre di una barriera di olmi. In cima alla collinetta, Eragon scorse la debole luce che proveniva da casa sua.

La casa aveva il tetto di tegole e il comignolo di mattoni. Le grondaie sporgevano sui muri intonacati di bianco, ombreggiando il suolo attorno. Un lato del portico chiuso era ingombro di ciocchi di legna, pronti per il camino. Un groviglio di attrezzi agricoli affollava l'altro lato. La casa era abbandonata da mezzo secolo quando vi si erano trasferiti; era successo dopo la morte di Marian, la moglie di Garrow. Distava dieci miglia da Carvahall, più di qualsiasi altra fattoria. La gente considerava rischiosa quella distanza, perché in caso di pericolo la famiglia non avrebbe potuto contare sull'aiuto del villaggio, ma lo zio di Eragon non aveva voluto sentire ragioni. A circa cento piedi dalla casa, in un fienile scolorito, vivevano due cavalli. Birka e Brugh, insieme a una mucca e a qualche gallina. A volte c'era anche un maiale, ma quell'anno non se l'erano potuto permettere. Nel fienile c'era posto anche per un carro coperto. Al margine della proprietà, una folta linea di alberi delimitava il corso dell'Anora.

Eragon vide una luce muoversi dietro una finestra mentre entrava sotto il portico. «Zio, sono Eragon. Aprimi.» Dapprima, e per un istante, si dischiuse una finestrella, poi la porta si spalancò. Sulla soglia c'era Garrow. I vestiti logori gli pendevano addosso come stracci su un manico di scopa. Un paio di occhi penetranti su un volto emaciato fissarono Eragon da sotto i capelli grigi. Sembrava un uomo che fosse stato parzialmente mummificato prima che scoprissero che era ancora vivo. «Roran dorme» rispose allo sguardo interrogativo di Eragon.

Una lanterna tremolava su un tavolo di legno così vecchio che le venature formavano cordoncini simili a impronte digitali di un gigante. Sulla parete accanto alla stufa era appesa una serie di utensili da cucina. Una seconda porta conduceva al resto della casa. Il pavimento era di assi di legno consumate da anni di passi, .

Eragon posò lo zaino ed estrasse l'involto della carne. «E questo che cosa sarebbe? Hai comprato la carne? Dove hai preso i soldi?» domandò lo zio corrucciato, mentre il giovane apriva il pacco. Eragon inspirò a fondo prima di rispondere. «No, l'ha comprata Horst per noi.»

«Hai lasciato che pagasse per noi? Quante volte te l'ho detto che non accetto elemosine? Se non riusciamo nemmeno a procurarci il cibo che ci serve, tanto vale trasferirci in città, allora. Vedrai, adesso cominceranno a mandarci anche vestiti usati e a chiedersi se ce la faremo a superare l'inverno.» Il volto di Garrow sbiancò di collera.

«Non ho accettato nessuna elemosina» sbottò Eragon. «Horst mi ha detto che gli ripagherò il debito andando a lavorare da lui in primavera. Ha bisogno di un aiutante perché Albriech se ne va.» «E come troverai il tempo di lavorare per lui? Lo sai bene quanto c'è da fare qui» disse Garrow, sforzandosi di tenere bassa la voce.



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